sabato 31 agosto 2013

La mia pesa settimanale

Ho deciso di fotografarla. Molti ciclisti la dichiarano, ma non fotografano la bilancia quando si pesano; altri, stile "cummenda", che passano più tempo sui forum che a pedalare, ostentando la saggezza "del sentito dire", la ritengono un oggetto oscuro di cui è meglio non parlarne perchè "compromettente". Simpatici. Invece ho preferito mettermi in discussione e cercare di migliorarmi in questi anni. Il mio obiettivo è il mantenimento del peso durante l'arco dell'anno, in modo da ottenere un recupero più facile dello stato di forma ottimale ed un allenamento più incisivo. Con gli anni il metabolismo rallenta e quindi la lotta si fa più dura; per questo il ciclismo deve diventare uno stile di vita, a prescindere da impegni sportivi o prestazioni agonistiche, per rimanere in salute. Il peso forma è la chiave di lettura del ciclista e di ogni altro sportivo. Ma molti mentono, anche in questo caso. Mi viene da sorridere, quando sento dichiarare pesi improbabili e sproporzionati, persino dai mass media, capaci di costruire campioni con la stessa facilità con la quale poi li abbandonano, in caso di disgrazia. A chi non sarà capitato sentire di ciclisti alti 1,86/1,90 cm, dal peso inferiore a 65 kg! Forse sarà vero, in qualche raro caso, ma ad un costo notevole per la salute, perchè è bene precisarlo, è necessaria, l'assistenza permanente di un medico, a causa della debolezza del sistema immunitario (una percentuale di grasso è vitale ed impedisce che l'organismo si nutra del muscolo per mantenere la temperatura basale), delle limitate forze disponibili e sempre e solo per un periodo molto breve, spesso concomitante con la partecipazioni a corse. Comunque è una condizione innaturale. Ogni corpo ha la sua specificità e cercare di fare assomigliare ciclisti con imponenti fisici a scalatori colombiani, è solo un operazione di marketing crudele perchè il pubblico ama solo i vincenti ed è superficiale. Rimango perplesso quando vedo i "piccoli" colombiani dal peso di 60 kg o meno, staccati in salita, da ciclisti dalla struttura ossea e muscolare più complessa. Vam diverse ? Già, ma  il peso in salita è determinante, è una legge fisica. Mi chiedo se, queste improbabili e famigerate "larve umane", si nutrono, hanno le ossa bucate, gli organi sottodimensionati e hanno muscoli ? Per cortesia, non pettino le bambole. 


                                    

lunedì 26 agosto 2013

Stelvio action.

Bormio - Passo Stelvio. 48 tornanti. Il passo più alto d'Italia, il secondo in Europa. Una salita interminabile verso il cielo. 
                                                 

                                


lunedì 19 agosto 2013

Monte Terminillo: pedalando sulla vetta con più arrivi in salita del Giro d'Italia.

Dopo le salite appenniniche abruzzesi, mi sentivo, come il commensale che al termine delle portate, sente ancora il desiderio di gustare qualcosa di particolare, non so un dolce. Mi mancava ancora qualcosa per sentirmi appagato. E allora l'inquietudine, mi ha determinato a salire in auto, non prima di avere caricato la macchina da salita, e di andare via, in cerca di emozioni. Direzioni Rieti. Sveglia all'alba: ore 5,00. Nella mente solo un traguardo: l'arrivo sul Sella di Leonessa, il versante più duro, quello del Giro d'Italia, preso dalla città di Rieti. La carta d'identità della salita parla chiaro: pendenza media 6,6 % pendenza Max 12%. Totale 26 km circa. Numeri da salita dolomitica. Il desiderio di "spianarlo", mi pervade la testa e le gambe; l'anima è noto che pedali verso il cielo, da tempo, oramai. L'arrivo davanti allo stadio comunale della città centro d'Italia, appunto Rieti: via Veterani dello Sport. In fondo a quasi 48 anni, la via più adatta. Sorriso alla macchinetta fotografica, e alle 9,45 circa, si parte verso la montagna del Giro d'Italia, scalata nella corsa rosa sin dal 1936, con la storica edizione della cronoscalata Rieti - Terminillo, vinta dal mitico Olmo; l'anno successivo invece la vittoria andò al campione Bartali. Da Rieti la strada inizia subito a salire, sia pure nella primissima parte, cautamente, quasi a dirti: giovane torna indietro, sopra fa male. Ma oramai sono diventato sordo agli avvisi per i naviganti; 3,8 % di pendenza media, per riscaldare le gambe, abbastanza maltrattate dal lungo viaggio in auto. A Vazia, il primo impatto con la montagna reatina, la pendenza media sale al 4,5 %, nello spazio di pochi metri e si impenna al 6%. Non male, come antipasto. Ma il peggio stava per iniziare: Lisciano che si alza dal livello del mare con una rampa all'8,7%,  per assestarsi all'8,2% di pendenza media ! Tutto previsto. La catena sul 34/25. Se le gambe le maltratti sulle prime rampe, se arriverai in cima, finirai per metterle in croce, con conseguenti allucinazioni. Non mi faccio prendere la mano, anzi la gamba, e cerco di resistere alla tentazione di lanciare la velocità, per quanto possibile, perchè tutta l'energia  che togli subito dalle gambe, ti mancherà nella parte finale e per l'effetto quello che guadagni prima, lo perdi dopo e con gli interessi: la montagna non perdona. Quindi le faccio girare, agilmente e velocemente, per continuare a scioglierle. Si sale regolare anche perchè il Terminillo non lo conosco; rimango al 70% della forza disponibile. Spezzo il fiato e poi si vedrà quello che sapranno fare le gambe a rodaggio ultimato. Il Terminillo consta di una parte dura, quella da Lisciano fino a Pian di Roche, un tratto di circa 9 km, con una pendenza media dell'8,1% e una pendenza massima del 12%; qualche centinaio di metri per allentare la tensione sulle gambe; poi riprende a salire, per circa 8 km con una pendenza media del 7,9% e una massima del 9,2% fino a Pian de Valli; poi a Campoforogna, dove è collocato il traguardo delle tappe del Giro d'Italia e della Tirreno Adriatico, ( grazie all'ampio piazzale), si tira un pò il fiato, e la pendenza media del 2.1%, consente di interrompere l'apnea; il tratto di circa tre km, lo si può sfruttare, aumentando la velocità, se si vuole fare il tempo, oppure per tirare il fiato. La catena sale sul 50 ed aumento la velocità sia pure mantenendo una parvenza di regolarità di pedalata. Mani in presa bassa, sui pedali, per recitare l'ultimo atto. Si sale a quota 1700 metri circa. Inizia il penultimo tornante (sono quattro alla fine dell'ascesa). La strada torna a salire improvvisamente. Una rampa da scalare, senza pietà. Si spinge fuori sella, per decollare sui 1712 metri. Gli alberi di alto fusto, consentono di ripararsi dai raggi del sole, un vantaggio prezioso. Dunque inizio il tratto con la pendenza media del 7,3 % e con la pendenza massima del 7,8%. Tre Km in ascesa continua. Ultimo tornante. Inizia una serie di curve. Incontro dei giovani maratoneti, tentano di allungare sulla mia scia. Calmi ragazzi, imparate a prendere il vento in faccia. E il vento laterale lo prendono le ruote. Impugno saldamente la curva. Via si spinge. Ora attacco il "turbo" e sprinto per l'immancabile volata in salita. Il paesaggio è quello dolomitico. Suggestivo. E le gambe girano alla grande. Taglio il traguardo di Sella di Leonessa, su una piccola striscia, disegnata sul pavimento stradale. Le lancette si fermano alle 10,40 circa. Non male. Alzo con le braccia la macchina da salita. La dedico al monte Terminillo. L'insegna che indica Sella di Leonessa, mostra i segni di del passaggio di un idiota.
Bene anche questo passo l'ho conquistato e come dice un mio amico veneto, non mi faccio mancare nulla. Anche il Terminillo spianato. Ora posso dire di avere conquistato i giganti degli Appennini, dopo il Blockhaus e il Gran Sasso qualche giorno prima. Un consiglio ? Toglietevi il cappello davanti al monte Terminillo. Un gigante di 2217 metri, raggiungibile fino a 1895 metri sulla strada asfaltata. Rispetto.
Rapporti utilizzati: 50/17- 12 ( in discesa); 34/17-21-23-25.
Qualità della strada: ottima.
Traffico: normale ( giorno scelto lunedì di agosto post ferragostano).
Paesaggio: molto bello



Volata sulla linea del traguardo dell'ascesa
                                          
                                                      la slide show dell'ascesa del Terminillo





La strada rincomincia a salire dopo il piazzale di Campoforogna ( traguardo Giro d'Italia e Tirreno Adriatico)












mercoledì 7 agosto 2013

Gran Sasso, la salita regina degli Appennini.


L'altra vetta da scalare in terra abruzzese, tra le più dure del centro Italia, insieme al Block Haus e al Terminillo, è il mitico Gran Sasso e più precisamente, Campo Imperatore, dove la strada asfaltata appenninica termina a quota 2100 metri. Qui nel 1999, Pantani vesti la maglia rosa e di fatto vinse il suo Giro d'Italia. Da Assergi sono 31 km con pendenza media 5%, pendenza massima 10%. La strada di Assergi è stretta, ma poi, usciti dal paese, inizia una strada larga e ben asfaltata, a parte qualche piccola e contata crepa. Paesaggio suggestivo e tipicamente appenninico. Greggi e mandrie a macchie sui pascoli. Alberi da alto fusto. Da lontano la sommità del Gran Sasso d'Italia. Una piccola discesa consente di alleggerire la pedalata e di sciogliere le gambe prima dello strappo finale al 10%. Raggiunto il piazzale antistante, lo storico hotel, dove Mussolini venne liberato dai tedeschi, c'è un orto botanico ed un centro astronomico di fama internazionale, dove lavora il CNR. Una strada sterrata e stretta si arrampica lungo la parete del Gran Sasso e conduce alla sommità della vetta, la più alta della catena montuosa degli Appennini, che raggiunge quota 2921 metri dal livello del mare. Una piccola chiesetta sorge nel piazzale di Campo Imperatore e conserva  la testimonianza della visita di Papa Paolo Giovanni II. 
Un salita impegnativa che offre un paesaggio molto bello, spazi azzurri incastonati nelle vallate, e sullo sfondo, nella parte finale, la parete rocciosa del Gran Sasso, a figurare il trono del Gran Sasso, la cima più alta appenninica.
Rapporti usati: 50/12 ( in discesa)- 17; 34/ 21-23-25.
Qualità del manto stradale: ottimo.
Traffico: scarso ( durante la settimana).
Paesaggio: molto bello. 





                                                La slideshow della scalata del Gran Sasso
                                          
                                                    Mini video dalla strada del Gran Sasso





Strappo finale al 10%












domenica 4 agosto 2013

Il Blockhaus ( lato Lettomanoppello). Il Mostro appenninico domato.



Domenica 4 agosto 2013, ore 8,44, temperatura 30° circa, il Mostro mi attende, dal lato più duro, quello di Lettompanoppello; una “rampa di garage” con pendenza media del 7,39%, lunga 28 km, con il più alto dislivello d'Italia; si parte da quota 104 metri e si arriva a 2142 metri; una salita senza possibilità di recupero, dura, severa, come questa parte della terra d'Abruzzo, la Majella.Un giorno da lupo.
Dopo un riscaldamento iniziale, attacco la salita, dal versante del Giro d'Italia, quello più duro, da Lettomanoppello, in una mattina agostana; caldo torrido, che l'altitudine dell'Appenino non sa attenuare; temperatura d'arrivo 40°, si pedala all'inferno.
Pedalo concentrato sin dalle prime rampe, gli strappi più duri, sono all'inizio, sembra quasi che il Block Haus mi dice: “ Qui inizia il tuo calvario.”; rispondo con un attacco secco, grazie al buon lavoro di preparazione; quasi una immersione in quota; inizio il mio soliloquio esistenziale, un dialogo silente con l'anima e con il cambio: 21/23/25/27, una sequenza automatica, incessante; continua metamorfosi dei movimenti, evoluzione gestuale, che segue l'andamento della strada appenninica, fatta di rilanci sui pedali, di una parvenza di regolarità con le mani sul manubrio, alternate alla presa sulle leve: il breviario dello scalatore, imparato a memoria, forgiato e personalizzato.
Il ciclismo è pensiero che si fa azione; si pedala sulla strada e non al bar; solo sudore, sacrifici e passione; chi pedala, non parla, ma “mena “sui pedali. Tutti i ciclisti onesti e caparbi meritano rispetto. Non lo meritano quelli che criticano seduti sulla poltrona di casa, con la pancia gonfia di presunzione, quelli che chiamo i “paposciari”. Del resto il ciclismo è la metafora della vita.
E il Block Haus merita rispetto; una salita maestosa, granitica, implacabile, che non puoi scalare se non hai almeno una buona preparazione, non consente improvvisazioni, con il suo continuo salire, che non concede respiro, una sfida celebrale, ancor prima che fisica, logorante: o riesci a mulinare incessantemente le gambe, in modo regolare, con scatti di rilancio, rapporti agili, senza andare fuori giri, perchè il Block Haus non ti perdona il rapporto sbagliato, lo spreco di energie, la perdita di concentrazione, oppure su in cima non si arriva ed è meglio rimanere a casa, a sognarlo e a vederlo scalare dai professionisti del Giro d'Italia.
Il caldo torrido è come una calamita che aumenta la sofferenza, cerca di svuotarmi delle energie, mi colpisce il casco come un martello, nei lunghi tratti esposti al sole agostano; bere è l'unica, ma anche nutrirsi, regolarmente, con i miei fruttini alla frutta concentrati di fruttosio, di pronta assimilazione. L'ossigeno inizia a scarseggiare; in quota la temperatura si fa calda; quindi quel poco d'ossigeno arriva “bollente”; ma in questi anni di scalate, l'ossigeno ho imparato ad usarlo con parsimonia, superati i 1500 metri, full immersion, è il duro lavoro di chi ama l'alta montagna.
L'olio termoregolatore Hibros Presport Professional sulle gambe e una crema repellente sulle braccia e un po' sulla maglia, mi rendono sgradevole agli insetti, e anche questa è una lotta, con la natura; bisogna essere preparati anche al loro attacco, altrimenti si perde energia e concentrazione per scacciarli. Nessun insetto mi ha punto; qualcuno invece, forse il più disperato, è riuscito solo a disturbarmi, ma davvero per poco.
Il Block Haus non smette mai di salire, lo leggo sulla strada, lo ripeto dentro di me; interpreto anche questa scalata, come mi insegnò un anziano ciclista, pedalando regolare, fino al penultimo km, perchè il “buio” può arrivare all'improvviso e rovinare tutto; perchè pedalare regolare significa mantenere la media e togliersi persino dalla ruota molti avversari. Ma qui non ci sono “avversari”; è una fuga solitaria e le sfide contro me stesso sono quelle che cerco perchè fanno crescere e superare i limiti. I passaggi sui tornanti, seguono un ritmo preciso, come una litania, senza spingere, mantenendo il passo. Ammetto che qualche spinta l'ho data; non ho resistito. Solo un passaggio tra ali di alberi, prima di giungere a passo Lanciano, consente di ripararmi dai violenti raggi solari. Sono sicuro che qualche albero mi ha incitato. Vorrei socchiudere gli occhi e goderne a pieni polmoni, della frescura creata dall'ombra fitta. Cedo con il pensiero solo un attimo, che vorrei che fosse eterno, mentre le gambe continuano a mulinare, da sole. Arrivo a Passo Lanciano. Grazie alla mia “ammiraglia” che mi rifornisce di borracce, non interrompo la scalata, e tiro dritto, mentre davanti a me, molti ciclisti probabilmente provenienti dal lato opposto, quello da Roccamorice, sono in fila davanti all'unica fontanella.
La strada si alza bruscamente. Dopo qualche centinaio di metri, passo tra ali di alberi da alto fusto, con un manto stradale, non ottimale, per via degli avvallamenti provocati dalle radici, che avanzano; poi ritorno sotto il sole, implacabile, cocente; altri tornanti, paesaggio brullo, e guardando sempre più in alto, scorgo persino le numerose antenne, issate sulla sommità. Strada larga e ben conservata, qualche sasso. Superò l'hotel ristorante Mammarosa, l'ultima possibilità per chi decide di rifocillarsi, ma non per me che cerco di arrivare prima, aumento il passo, il traguardo si avvicina; lo desidero da un anno; l'ho immaginato nelle notti d'inverno; l'ho disegnato nelle giornate di primavera; l'ho chiamato con il pensiero nelle giornate di mare. Supero due grossi blocchi di pietra, posti ai lati della strada, che ne stringono la carreggiata, quasi una porta che apre all'ultima parte. La strada continua a salire, lungo gli ultimi tornanti. Le gambe continuano a girare per non perdere il ritmo, anche se la tentazione è quella di spingere di più. Incontro un camminatore, che mi chiede “ Quintana ? “; mi viene da sorridere e gli rispondo “ Magari sono solo Lupo Solitario”. Mi saluta agitando la maglietta. Mi sento in fuga. Non vedo nessun ciclista davanti, utile come punto di riferimento. Un tornante ancora e poi supero le antenne e il piazzale di ghiaia: il rifugio Pomilio. La scalata non è terminata. Passo tra motociclisti immobili e “affaticati” , fermi in sosta, ed escursionisti diretti verso la vetta del Block Haus. collocata sul Monte Amaro. Supero in uno stato ascetico, l'inizio dell'area interdetta al traffico veicolare. Ancora due km o poco più. Altra curva. Il Block Haus si inerpica ancora, e la strada, si fa molto stretta; schivo qualche buca, qualche camminatore, che mi saluta con diversi dialetti, segno che la montagna unisce e richiama persone da ogni luogo. Sale, sale, sale, non smette mai. Inizia un tratto contraddistinto a sinistra da uno steccato di legno. Una curva ancora e poi una piccolissima rotatoria. Supero l'ultimo passaggio. I tubolari solcano un breve tratto in cemento. Arrivato. L'edicola votiva della Madonnina , nascosta da un tabellone del Parco della Majella, e da una macera. Ora posso farlo, socchiudo gli occhi, tiro un respiro e mi abbandono alla fatica. Ma l'endorfina prodotta dal mio cervello, grazie allo sforzo atletico, inizia a creare uno stato diffuso di benessere. La fatica sembra svanita. Scendo dalla sella; appoggio la Trek Madone 7S, uno sguardo silenzioso e compiaciuto per ringraziarla per avermi accompagnato e assecondato nell'ascesa. Mi guardo intorno. Un panorama spettacolare. Appennino allo stato puro. L'anima sembra volare in quegli spazi infiniti, colorati dall'azzurro. Chiudo gli occhi e alzo la mano: mi sembra di toccare il cielo. Arriverà il giorno in cui continuerò a pedalare, lassù, dove non ci sono strade di catrame e di pietre; dove tutto è aria ed infinito. Ho bisogno di bere, ma la borraccia è vuota. Qualche foto, per regalarle all'immortalità di un povero e semplice ciclista. Poi saluto i ciclisti sopraggiunti. Ci scambiamo gli scatti fotografici. Un arrivederci, che sa di addio. Rimonto in sella. Ritorno sul tratto in cemento; supero la piccola rotonda. Sono soddisfatto del l'ascesa. Inizio la discesa; freno perchè prendo velocità facilmente; la durezza della salita si capisce dalla discesa; scarto le buche; schivo le persone; saluto qualche ciclista che sale; l'ultima curva e poi ritorno al rifugio Pomilio. E' finita. Saluto con rispetto il Bloch Haus che mi ha regalato una grande sfida. Una salita infinita di cui ne vado fiero e che ricorderò per sempre.
Dico ai ciclisti abruzzesi: siate orgogliosi del Block Haus. E' un dono divino.

Curiosità: tempo impiegato per l'ascesa, un ora e 50 minuti circa. Direi che è un tempo di tutto rispetto se considerò che Davide Cassani, nel DVD Le Grandi Salite del Ciclismo, indica 3 ore e 20 minuti per un cicloamatore, due ore e 15 minuti per un cicloamatore con una preparazione media e un ora e 45 minuti per un cicloamatore con una preparazione buona. Forse qualche minuto avrei potuto guadagnarlo se avessi conosciuto la salita. Ma ho preferito gestirmi. Sono comunque soddisfatto considerato che ho 48 anni di età a dicembre, lavoro, famiglia e vado a propulsione naturale.


Da sapere: l'ascesa del Blockhaus (2145 m s.l.m.), classificabile come salita appenninica lunga con il maggiore dislivello in Italia (2039 m) ed una delle più dure del centro Italia, assieme a quella del Gran Sasso (Campo Imperatore) e del Terminillo. Comprende in tutto tre diversi versanti di difficoltà crescente con un ultimo tratto finale in comune. Il versante da Pretoro è quello più facile, ma anche il più lungo (circa 30 km) con pendenze medie di circa il 6%; il versante da Lettomanopello è quello più duro, lungo 28 km, con un primo tratto di 10,4 km all'8,4% fino a Passolanciano(1300 m) dove si innesta al precedente percorso ed una pendenza media complessiva del 7,39%; infine il versante da Roccamorice è leggermente più facile rispetto a quello di Lettomanoppello e la strada si ricongiunge a quella dei due percorsi precedenti nei pressi della Maielletta(1600 m) con pendenza media complessiva del 7,1%. La strada che sale al Blockhaus tuttavia è da qualche anno interrotta a quota 1890 m nei pressi del Rifugio Pomilio ed il restante tratto è sterrato, rendendo quindi la scalata un po' più breve e più facile. Si può comunque raggiungere la vetta del Block haus (dove c'è la statua della Madonna), percorrendo il sentiero con fondo di cemento, piuttosto ruvido ma fruibile, che inizia dal rifugio Pomilio e chiuso al transito degli autoveicoli. La salita del Block Haus, dal lato più ostico che parte da Lettomanoppello è stata scoperta grazie al compianto patron del Giro d'Italia Torriani. Nell'albo d'oro della corsa rosa figurano nomi come Merchx , il primo a vincere sul Mostro.
A piedi si può continuare ed arrivare fino alla punta del Monte Amaro dove c'è la suggestiva roccia dei briganti sulla quale sono stati incisi con la lama i nomi e qualche data della loro uccisione. Anche qui venne scritta una pagina amara della storia dell'Italia: quella della fase del risorgimento, in cui le truppe piemontesi combatterono il fenomeno del brigantaggio, che in realtà fu una lotta sanguinosa contro ex soldati pontifici e borbonici, comunque tutti italiani, che non accettarono quella che il Sud considerò un invasione dello stato sabaudo. Ma questa è un altra storia, amara e quasi nascosta della nostra Italia. Mi fermo qui. 

Il versante del Giro d'Italia, il più duro, da Lettomanoppello.

Si svolta verso Passo Lanciano

le prime rampe, dure come la roccia.





Passaggio della borraccia al volo a mia moglie: prendo quella piena, senza fermarmi. Mai piede a terra. 







Passo Lanciano: passaggio vicino alla video camera, invece di fermarmi alla fontanella, si continua verso il Blockhaus.









                            


                                                             La slideshow della scalata

Domenica 04 agosto 2013, ore 8,44, temperatura 30 circa gradi, crono scalata del Block Haus, dal lato di