giovedì 31 gennaio 2013

Test Bike: Campagnolo Hyperon Ultra Two versione tubolare.

                                      

la gola del cerchio



mozzi in carbonio



E' la ruota a profilo basso, per tubolare, top di gamma della Campagnolo. Il test è stato effettuato anche sul Ghisallo, Cola di Sormano, Stelvio, Gavia, Mortirolo, Bernina, Tre Cime di Lavaredo, Giau, Tonale, Sella, Pordoi, Staulanza, Valparola, Tre Croci, Campolongo, Falzarego e Gardena.
Nelle salite è perfetta, non una sbavatura, neanche in curva, dove si dirigono  con facilità e anche a velocità sostenuta; la scorrevolezza è senza paragoni, grazie a mozzi che ritengo i più scorrevoli che abbia mai testato fino ad oggi; il cerchio montato sul posteriore, non è il massimo della rigidità laterale, in quanto si muove lateralmente, a seguito di una pressione con la mano; allo stesso modo non avverto molta rigidità laterale in sella; l'agilità e la reattività della ruota è buona; e lo si avverte nel cambiare la direzione ad ogni impulso ricevuto, nelle accelerazione che risultano essere sempre pronte. Sul punto, devo "ringraziare" un cane di razza pastore maremmano, il quale sbucato alle mie spalle, mentre mi trovavo in salita, tentava di mordermi il polpaccio destro. Appena avvertita la sua minacciosa presenza, ho avuto il fortunato impulso di accelerare il passo di quel poco che è bastato per vederlo andare a vuoto nel morso. Probabilmente la particolare reattività della Hyperon Ultra Two, grazie anche al suo profilo basso, più facile da spingere, è stato determinante. Ad ogni piè sospinto, le Hyperon Ultra Two tubolare si posizionano istintivamente nella giusta direzione, garantendo un ottima maneggevolezza. E' eccezionale la capacità della Hyperon Ultra Two di assecondare il cambio di ritmo in salita. Direi divertente. Una ruota leggera (1235 grammi reali) ed affidabile e facile da condurre proprio grazie al suo basso profilo differenziato: il cerchio anteriore è alto 19 cm, mentre il cerchio posteriore è alto 21 cm. Tale altezza contenuta del cerchio la rendono tollerante nel caso di curve prese male. Infatti è sempre possibile correggerne la direzione, cosa invece molto difficile, se non impossibile da fare con le ruote ad alto profilo, quando si è lanciati nella curve in discesa.  In discesa si raggiungono facilmente velocità elevate per via della notevole scorrevolezza dei mozzi. Sono molto maneggevoli.  Il confort è ottimo, il profilo basso anche in questo caso, assicura valori non raggiungibili con le ruote ad alto e medio profilo. Adatta alle lunghe percorrenze e quindi alle gran fondo. Durante il test ho montato tubolari Tufo S3 lite, da 21,  con nastro biadesivo Tufo ( per evitare movimenti della valvola durante le frenate nelle discese lunghe). Tubolari leggeri, performanti, il cui unico limite è il confort. E ciò nonostante, la Hyperon Ultra Two ha saputo assorbire bene le asperità del terreno. Davvero un dato sorprendente. E' una ruota facile da gestire e ricca di soddisfazioni, soprattutto nei percorsi di montagna e in quelli vallonati. I tornati sono ammaliati dalla capacità di aderenza al suolo delle Hyperon; il rilancio è immediato e leggero, si spinge facilmente, ad ogni impulso; il profilo penetra facilmente il vento, e con le mani salde sul manubrio, la ruota non si sposta lateralmente. Il suo incedere non rompe il silenzio delle vette perchè è silenziosa. E' la ruota perfetta per le salite e le lunghe percorrenze. 
La bellezza dei mozzi completamente in carbonio, di classe Record, è evidente; come  lo è la resa della tecnologia Cult ivi applicata. I mozzi hanno sfere in ceramica e cuscinetti in acciaio inossidabile al Cromo Cronitect prodotti in esclusiva dal gruppo tedesco Schaeffler. La scorrevolezza è altrettanto evidente. Basta farle scorrere per rendersene conto. E' appena il caso di precisare che il mozzo Campagnolo ha una esclusiva funzionalità grazie al sistema cono calotta.
La Hyperon Ultra Two non ha limitazioni di peso per il ciclista. Gli sganci rapidi forniti in dotazione garantiscono un giusto serraggio, ma penalizzano il peso finale della ruota. 
In buona sostanza la Hyperon Ultra Two pone in risalto le doti del profilo basso, che se forse possono pagare qualche cosa in termini di  resa fotografica ( ma è una questione di gusti) e nelle corse contro il tempo, rispetto a quelle ad alto profilo, per il resto, e quindi parlando di maneggevolezza, confort, reattività e stabilità al vento, sono rispetto alle ruote ad alto profilo, nettamente superiori.  
Difetti: rigidità laterale, pista frenante e peso. 
Pregi: reattività, scorrevolezza del mozzo.

Aggiornamento test: sulla pista frenante della ruota anteriore, sono comparse, bolle. Il difetto è imputabile al calore generato dalla frenata e alla mancanza di una pista frenante specifica. Preciso che ho usato tacchetti Campagnolo per cerchi in carbonio, i quali si sono dimostrati, molto duri, al punto che in fase di frenata, l'attrito sulla pista frenante lucida, ha generato un fastidioso fischio.  La Campagnolo si è dimostrata corretta e ha provveduto alla sostituzione in garanzia, non solo del cerchio anteriore, ma anche di quello posteriore.  
Ecco le foto. 




Le foto del test.
Scene dal test

Scene dal test
   


mercoledì 30 gennaio 2013

Un prototipo misterioso !!!

Cosa hanno in comune, un sensore attaccato ad una mano ed un comando Sram ? Prototipo ufficiale oppure un invenzione personale di qualche tecnico ? Finzione ? Realta' ? Chi vivrà, vedrà .



martedì 29 gennaio 2013

Campagnolo Gran Fondo New York 2013

Ricevo e pubblico, in anteprima, il comunicato ufficiale della Campagnolo, organizzatore dell'evento. Una Gran Fondo di prestigio assoluto, a cui non mancare. Penso che il sogno di molti ciclisti e' quello di solcare con le ruote silenziose, strade eterne, come quelle di Roma, oppure affascinanti come quelle di New York. La GF New York, è destinata ai ciclisti amatoriali con una media preparazione, dunque alla portata di molti. La Campagnolo Gran Fondo New York è l'evento collaterale della GF Campagnolo Roma. 
Nulla e' uguale, persino le metropoli, se viene visto dalla prospettiva di una bicicletta. Il silenzio di una grande città, liberata dal traffico e dallo smog, e' straordinario; 7000 partecipanti fanno rumore; ma e' un rumore umano, un abbraccio grande anche a New York, dopo Roma. Buone pedalate a tutti i partecipanti.  



sabato 26 gennaio 2013

L'Avocatt in bicicletta di Gianni Brera

Un altro capolavoro da collezionare per chi ama la bicicletta, il ciclismo eroico e la cultura. Le parole scritte da Brera vanno decantate come un buon vino; esigono un diverso approccio, piu' lento, piu' pensato, per potere apprezzarne al meglio, la forza e la profondità. Fa parte della cosiddetta Trilogia dei ciclisti, insieme ai libri Coppi e il Diavolo e il Gigante e la Lima ( dedicato a Tullio Campagnolo). L'Avvocat in Bicicletta ( che è stato ripubblicato più tardi con il titolo Addio Bicicletta) narra la storia di Eberardo Pavesi; un romanzo vero che commosse il grande Mario Soldati e altri scrittori. Nel romanzo, Gianni Brera, ha raccontato l'epopea della povera gente attraverso i ricordi trasfusi nella gloria del ciclismo eroico, quello che percorreva 400 km per una tappa del Giro; quello che correva sui lati delle strade sterrate e dissestate; quello che non si dopava; quello che non aveva l'ammiraglia al seguito; quello fatto di piccoli eroi dal doppio lavoro (Ganna era un muratore che ogni giorno percorreva 100 km da Induno Olona a Milano e ritorno); quello che non aveva massaggiatori, medici e  preparatori;  quello che pedalava su macchine, come venivano chiamate allora, che pesavano 15 chili.
Inizio la recensione, diciamo step by step, il libro lo merita perchè ogni pagina è da incastonare. L'importanza di questo libro, nasce dal fatto, che nelle sue pagine, scritte da Brera, intervistando Pavese, c'è la storia delle origini del ciclismo professionistico italiano, il quale nacque per iniziativa di un gelataio, tale Granida: egli fece iscrivere alcuni ragazzi milanesi, ad una corsa, in piena città, sfruttando la competizione, per fini commerciali; in buona sostanza, fu una corsa clandestina, senza autorizzazione, senza pubblicità e senza vigili a garantire l'incolumità degli spettatori. Ognuno dei corridori si assumeva il rischio e il pericolo per se e la bicicletta, alcune volte prestata, dai primi artigiani, che le costruivano assemblando telai con i pezzi che avanzavano. Una promozione pubblicitaria sul campo di battaglia, perchè quelle prime corse, erano delle vere e proprie competizioni, con tanto di accordi e di strategie. Erano strade, quelle solcate dai primi temerari, dissestate, sulle quali non si riusciva a pedalare; si sfruttavano solo i paracarri, posti lateralmente. Una bicicletta costava dalle 130 lire della Bianchi alle 200 lire delle Raleigh, Peugeot e Goericke; il pane costava diciotto centesimi il chilo; un chilo di carne costava una lira; un operaio comune guadagnava un salario di circa due lire; uno specializzato invece due lire e cinquanta. La storia delle prime biciclette dal peso di circa 16 chili, si intreccia con quella dell'Italia dell'800, povera e provinciale ( direi che nel 2013 nulla è cambiato in tal senso). Tutto ebbe inizio in queste strade cittadine polverose ed insicure.  Interessanti e direi enciclopediche le spiegazioni  e le sperimentazioni delle prime tattiche del futuro ciclismo, pianificate poco prima e durante la corsa da quei temerari e formidabili ragazzi. Una storia di amicizia perchè la bicicletta , unisce ciò che la vita può dividere. Come quella che nacque tra il muratore Ganna, il Pavese e Galetti: il Bing Bang del ciclismo, quelli del mitico Club Granada di Piazza d'Armi. E tutto si compie in un mondo che moriva, sotto la spinta dell'"umana esaltazione di superarsi", una sfida contro la "mortale stanchezza di uomini", in sella al mezzo "nuovo" inventato per "superare lo spazio". E già all'epoca chi andava in auto ( pochi per la verità), era considerato un "velleitario...troppo distanti dal popolo per sentirne gli umori". I ciclisti di allora erano dei temerari che sfidavano "un tempo che muore", " dall'alto del...sellino" con la "inconscia baldanza di chi segnala nuovi fati al mondo", "perchè la bicicletta" e' "...una ragione d'essere.". Ma l'Italia di allora era molto povera e si correva con la fame che torceva le "budella". Si parla della "cotta", delle conseguenze delle terribili cadute senza casco ovvero la morte sicura, dei tubolari, che all'inizio si montavano solo sulla ruota posteriore e di quelli Continental da 950 grammi . Corse oggi impensabili, senza assistenza, su strade polverose e dissestate. Come quella chiamata XX Settembre, che partiva da Roma, passa a Terracina e arrivava a Napoli per poi ritornare, ripercorrendo la stessa strada, per un totale di 460 km !!! Ma è la Francia la patria del ciclismo, dal quale i ciclisti italiani, impareranno molto. Nel 1903 l'avvocato Henri Desgrange inventa il ciclismo agonistico con il Tour de France e il ciclismo francese d'allora era diviso tra i team della Alcyon e della Peugeot. Già la Francia : con lo zabaione, la maglia con la tasca posteriore, i premi di ingaggio, le banane, la leggenda del Tour, dove apparve la prima salita affrontata in corsa, La Grande Chartreuse, le strade asfaltate, ii ciclisti italiani, gregari dei primi campioni del ciclismo francese, come Petit Breton,&nbsp, ricevettero in cambio del cibo, perchè la fame allora annientava il popolo italiano e i nostri ciclisti della prima ora. Come dimenticare lo scherzo fatto dai francesi a Pavese, che ignaro, bevve della purga, versata in una bottiglia di zabaione, rubata, al tavolo del rifornimento. Le ciambelle come provvista alimentare dei corridori venivano infilate nei bracci e all'occasione i ciclisti le mordevano. In Italia si correvano corse anche da 600 km, il Giro di Lombardia, il Giro di Sicilia. Poi nel 1909 venne organizzato dalla Gazzetta dello Sport, il primo Giro d'Italia, vinto dall'italiano Ganna. La sfida tra i team Atala e Bianchi era iniziata un anno prima, potendo annoverare nelle proprie file i primi campioni italiani. Vietato soccorrere i corridori, qualunque fosse l'incidente o il guasto; come quando Ganna, avvelenato da un sugo avariato giunge in ritardo al traguardo, sorretto in bici ed incoraggiato dai fratelli Goi, che correvano solo per sport. Anche la Fiat si ingegnò a costruire le biciclette da corsa ed ebbe anche una sua squadra. La Sanremo incomincia ad affascinare. Si assiste a corse da "guerra", dove nessun colpo viene escluso, neanche i pugni. Gloria, soldi ( i primi che cambiarono la vita povera dei nostri primi campioni), tattiche, rabbia, incidenti, amicizie e lotte in corsa. Arrivò la prima guerra mondiale e tutti al fronte e molti campioni morirono nelle trincee. Diaz consentì ai campioni con la divisa di potersi allenare ed incominciò la leggenda di Costante  Girardengo. Pavese terminata la sua carriera di ciclista, salì in auto, a fare il manager e scoprì Binda, Bartali e Coppi, solo per citarne alcuni. Tutti campioni, nel firmamento del ciclismo eroico. Altri tempi, altri uomini. A voi la lettura di questo prezioso libro.
In copertina Ganna il vincitore della prima edizione del Giro d'Italia (1909)

giovedì 24 gennaio 2013

World Bicycle Relief : quando la bicicletta è un mezzo per sopravvivere. In Africa è iniziata l'epoca del grande ciclismo su strada con il team MTN-Qhubeka, invitata alla Milano - Sanremo e alla Tirreno- Adriatico 2013.


Video nella Versione tradotta in italiano


La World Bicycle Relief è un organizzazione non profit che dona biciclette alla popolazione africana. Un iniziativa molto importante, che consente alla popolazione africana, di vivere meglio, migliorando la loro  mobilità. Un aiuto concreto, che  ha creato anche nuove opportunità di lavoro. Un attività benefica finalizzata all'educazione: donare biciclette a chi pianta un albero, ricicla rifiuti, coltiva campi.
E che la bicicletta sia importante per il nostro futuro, oramai quasi tutti lo hanno capito. In questi ultimi anni, persino molti  italiani, pigri ed innamorati dell'auto, hanno potuto constatare che la bicicletta non solo fa bene alla salute, ma è anche un mezzo che garantisce un risparmio ed una velocità senza confronti, nella mobilità urbana. C'è voluta la politica di austerità, alla quale si può riconoscere solo questo merito. Contribuiamo ad aiutare World Bicycle Relief e a migliorare il mondo.
Siamo abituati a pensare all'Africa, come una parte del mondo, dove tutto è selvaggio, lontano dal nostro stile di vita; persino nello sport, pensiamo all'Africa, solo a proposito di formidabili maratoneti. Ma l'Africa, si evolve e supera il retaggio culturale, e sgretola le leggende metropolitane, insulse come lo smog grigio delle città. Chi semina, raccoglie e il seme del ciclismo è stato impiantato anche in Africa; l'ha portata dal mare, un vento, chiamato speranza; e così dopo il fenomeno del ciclista Chris Fromme, in Sud Africa è nata una nuova stella nel pianeta ciclismo professionistico: il team MTN-Qhubeka, iscritto nella categoria Continental, con sponsor importanti. Nelle sue fila ci sono ottimi ciclisti africani ed un capitano, famoso, Ciolek. Credo che nella prossima stagione, il team otterrà buoni risultati; e coltivo la speranza, concreta, di vedere rappresentata l'Africa nel mondo delle corse professionistiche internazionali. La MTN Qhubeka è stata invitata alla Milano-Sanremo e alla Tirreno-Adriatico edizioni 2013. In bocca al lupo. 
Il link del loro sito web è        http://www.qhubeka.org/2012/

Mi piace concludere questo post con questa ultima riflessione. Una bicicletta può rappresentare qualcosa di diverso dal comune pensare italiano; una bicicletta e' una macchina che porta lontano, fino al punto più alto nel cielo, dove i sogni diventano speranza. Per un africano la bicicletta e' un progetto di vita nuova e migliore. Un mezzo di lavoro per costruire il futuro di un villaggio , una parte della grande nazione chiamata Africa. Che mondo sarebbe senza la bicicletta. 
YOU CAN'T BUY HAPPINES
BUT YOU CAN BUY A BIKE
AND THAT'S PRETTY CLOSE.



La bici del futuro ?

L’edizione appena conclusa del TAIPEI CYCLE D&I AWARDS 2013, la manifestazione organizzata dall’IF DESIGN che segnala i migliori progetti nell’ambito dell’industria della bicicletta, ha visto emergere tra le innovazioni vincenti “The Dream Machine”, la bicicletta da corsa avveniristica disegnata da Jonny Mole Design di Cittadella (PD). Una prestigiosa giuria composta da esperti e riconosciuti designers provenienti dall’industria della bicicletta ha decretato “The Dream Machine” vincitrice del premio nella sezione Bicycles. Il progetto dello studio di Jonny Moletta ha concorso con 184 progetti provenienti da 12 paesi Un telaio con spiccata personalita': un’unica struttura monolitica senz'altro, che, correndo dallo sterzo alla ruota posteriore, conferisce rigidità ed aerodinamica straordinarie. Il sistema DRIVING UNIT dovrebbe assicurare la massima rigidità torsionale combinando in un unico monolite forcella, manubrio ed attacco manubrio e si avvale di un impianto frenante a disco; qui la bruttezza del disco sarebbe risolta con una integrazione nella struttura. Novità assoluta nel panorama ciclistico introdotta con Dream Machine sono le due TECH BOX: dei vani che si trovano nel tubo obliquo e nella parte superiore del Gruppo Direzionale. Il TECH BOX predisposto nel tubo obliquo serve per integrare al telaio il portaborracce assieme all’eventuale batteria del cambio elettronico, mentre quello che si trova nella parte superiore del DRIVING UNIT è stato predisposto per accogliere un ciclocomputer o altri strumenti di navigazione o allenamento. Anche la scelta fatta sui componenti è il risultato di attenti studi sotto il profilo aerodinamico. Le ruote a tre razze ( inutili e penalizzanti in salita), la guarnitura chiusa e il massiccio movimento centrale, combinati assieme al telaio dall'aspetto estremamente reattivo, dovrebbe essere in grado di trasformare in velocità ogni singolo watt che viene impresso sui pedali. La zona manubrio è dotata di un’ulteriore appendice perpendicolare all’asse di avanzamento della bici posta nella parte inferiore della piega del manubrio. Il sistema frenante previsto è un sistema a disco idraulico ( a mio avviso fuori luogo per una bici da corsa considerato che l'uso su strada non necessita di tale imponente sistema frenante utile solo per la MTB), completamente integrato nel telaio in carbonio, evidentemente per conferire la massima linearità' ed aerodinamicità'. Nutro qualche riserva personale in merito al peso finale della bicicletta e sul livello del confort. Ma e' presto per dirlo,considerato che la tecnologia ha dimostrato di sapere sorprendere e non poco . Un mio giudizio anche sul disegno e' quello di una notevole resa grafica e sicuramente di pregio; ricettivo direi un compendio di alcune soluzioni-tendenze già presenti sul mercato, ma forse troppo estremizzato per dare quel quid pluris sulla strada. In buona sostanza ritengo che sia un telaio adatto per un uso su strade piatte, ben lisce, in quanto ho dubbi sul confort e sul peso, come dicevo. E' appena il caso di precisare che la Dream Machine risulta essere molto simile alle attuali bici da crono, dalle quali si differenzierebbe per il marcato slooping .
Sarà la bici del futuro? E soprattutto la bicicletta ha detto tutto di se'? Oppure il futuro prossimo riserverà sviluppi e trasformazioni strabilianti del disegno fattosi macchina, nato nel retrobottega dell'officina di Leonardo da Vinci ? Insomma oggi siamo ancora lontani dal modello definitivo, della macchina più semplice, divertente e salutare che sia stata mai inventata dall'essere umano? Per ora considero la Dream Machine un ipotesi di lavoro, a futura memoria, come diciamo noi giuristi . L'ardua sentenza ai posteri.

mercoledì 23 gennaio 2013

Ti battezzo nel nome di Tullio

Vade retro Sushi !!!
Il cambio del Campagnolo EPS Super Record 11 velocità....un opera d'arte tecnologica, anzi elettrica, visto che l'opera d'arte tecnologica è il cambio meccanico del Campagnolo Super Record 11 velocità.  Presto il gruppo EPS sarà montato dal dottor Falasca sulla Trek Madone 7S. Direi una cosa inusuale, visto che tutte le Madone girano con lo Shimano Dura Ace detto Sushi. I prodotti di nicchia sono per pochi.  

La qualità della foto è pessima, ma è stata fotografato da un coreano con una macchinetta cinese. 

Quando la geometria aiuta

Un triangolo salva bici

venerdì 18 gennaio 2013

Anteprima: Trek Madone 7.9 H1 del team Radioshack Leopard Trek con Shimano Dura AceDi2 11V

E' verosimile che al momento, sia il telaio più tecnologicamente avanzato. Questa è le versione H1 ( quella con il tubo sterzo più basso, compatto ed aerodinamico e per questa particolare forma, secondo me, è  più bella rispetto alla versione H2, con un tubo sterzo allungato e più alto, pensato per i ciclisti che non hanno una particolare elasticità torsionale, insomma quelli che hanno difficoltà  a mettere,come diceva il compianto Brera, "ventre a terra"). La bicicletta è usata dai professionisti del team lussemburghese. Se dipendesse solo dalla bicicletta, dovrei aspettarmi che quest'anno, il team collezionerà molte vittorie; ma non è così e dovranno spingere sui pedali. Rimango del parere che cotanta tecnologia è sprecata per i professionisti.


  

giovedì 17 gennaio 2013

La bicicletta aiuta a superare la crisi economica causata dal liberismo

L'associazione SalvaCiclisti sostiene ( e ha ragione) che si possono risparmiare un minimo di 1500 € all'anno, usando la bicicletta in città, invece dell'auto; ne guadagna il portafoglio, la salute e l'ambiente. E' appena il caso di precisare, che non ci vuole molto a capirlo, solo che gli italiani, sono innamorati dell'auto e tendenzialmente pigri; pensate che conosco qualcuno che si reca all'edicola, in auto, perchè si è abituato a fare qualche centinaia di metri, comodamente, per acquistare il giornale!! Lo stesso che poi si lamenta che ha problemi di colesterolo. Preferisce gravare sul Servizio Sanitario Nazionale e prendersi la pillola, piuttosto che cambiare le abitudini. 

venerdì 11 gennaio 2013

"L'Anticavallo. Sulle strade del Tour e del Giro" di Gianni Brera

Come ebbe modo di scrivere Gianni Mura, faccio parte dei Senzabrera, cioè di coloro che stimano il compianto giornalista Gianni Brera. La sua unica e straordinaria penna, ci ha regalato, perle di un alta ed ineguagliabile scrittura, che si pone nel firmamento, non solo del giornalismo, ma anche della letteratura d'ogni tempo. Dopo avere letto e recensito, Coppi e il diavolo, è la volta di altro testo "sacro" di Gianni Brera, "L'Anticavallo. Sulle strade del Tour e del Giro" pagine 288, pubblicato nel 1997 dall'editore Baldini&Castoldi.  L'Anticavallo, è il modo in cui Gianni Brera definiva la bicicletta, quella dei poveri, che nei primi decenni del 900, grazie proprio a questo semplice mezzo di trasporto, riuscirono a recuperare la stessa mobilità che i nobili avevano con il cavallo. Insomma la bicicletta, come mezzo di emancipazione. Ma la bicicletta, che Brera seppe narrare, fu anche il mezzo con il quale i campioni,  seppero scrivere pagine di epico ciclismo. In fondo la bicicletta rende tutti eguali. Brera scriveva che " la diffusione della bicicletta ha coinciso con le prime sindacali dei poveri con l'evoluzione del mio paese da agricolo a industriale." E Brera la chiamò " macchina".  Il libro muove proprio da questa premessa: lo sport del ciclismo nasceva  nel 1900 e si affermava, come una via di ascesa sociale, in quanto un corridore portava a casa più soldi di un ragioniere e il campione poteva diventare persino ricco. Ma il ciclismo di quegli anni, era soprattutto eroico. E i suoi protagonisti avevano una tempra e un coraggio assolutamente fuori dal comune. Giuseppe Frattini, medico della carovana del Giro d'Italia del 1956, scriveva sulla Gazzetta dello Sport, a proposito del velocista Miguel Poblet, che egli veniva fuori dalla schiera degli affamati che " dalle asprezze della vita infantile hanno tratto quel tanto di sprint vitale che li fa emergere nel più duro e spietato degli sport" e aggiunse " Infanzia e adolescenza trascorse in ambienti pieni di agi e tra famiglie dalla vita agile e molle non costituiscono la migliore premessa per una salda formazione organica e psichica, atta a superare quanto di selvaggio e primitivo contiene un organismo veramente atletico. Saper soffrire per dominare la frollezza naturale è dote di lenta crogiuolazione in ambiente adatto."  L'Anticavallo di Brera lo definisco un romanzo di cronaca sportiva. Non è facile  commentare una corsa ciclistica, ma egli riuscì a farlo, come nessun'altro. Nel libro ha donato agli appassionati, bellissime pagine delle cronaca del Giro d'Italia del 1959, vinto da Gimondi e del Tour de France del 1949, vinto dal grande Fausto Coppi.  Sono appunti presi e  stilizzati in una prosa romanzesca, dal valore letterario assoluto, che ritengo pagine di letteratura italiana, di rara bellezza, considerato, l'argomento difficile e complesso. Le parole scritte da Brera vanno prima decantate, come un buon vino, e poi lette e pronunciate lentamente, fino ad apprezzarne il colore , le flessioni, la bellezza e la forza. Appunti, che Brera, prendeva durante le tappe, mentre seguiva la corsa a bordo di un auto; il suo taccuino egli lo definiva come " questa sconnessa cambiale avvallata dalla memoria". In queste pagine di minuziosa ed elegante cronaca, impreziosite da neologismi, che spesso sono entrati nel lessico comune, Brera descrive le vicende della competizione, con novizia di particolari, ma anche tutto quello che gli capitava di cogliere in quelle giornate intense, come un paesaggio, un aneddoto, un emozione, che seppe catturare e rendere parola, sulle piccole pagine del suo taccuino; una volta rientrato in albergo, egli le trasformò in mirabili e complesse pagine di letteratura sportiva ( questo è un mio neologismo), spingendo i tasti della sua Olivetti 30. Nulla gli sfuggiva, anche la monotonia delle lunghe tappe di pianura, che seppe rendere vive, raccontandole e persino impreziosendole con perle di cultura, non solo sportiva. In quelle pagine egli seppe raccontare, i gesti dei campioni, ma anche dei loro gregari. Tutto rese magico perchè egli riteneva che " Misteriosa è la simbiosi uomo e bicicletta." Un mestiere, quello del corridore ciclista, che comunque assurgeva a miglioramento sociale e che se è anche duro, era sempre meglio di lavorare. Tratta  di Coppi, Bartali,  Gimondi, Merckx, Binda, Moser e di altri campioni, in una retrospettiva e del tutto inusuale. Non possono sfuggire aneddoti, che la dicevano lunga, delle gerarchie all'interno della squadra, dove il capitano, esigeva sudditanza da parte dei gregari, incitati da urla selvagge e dalle imprecazioni dei loro leader. Tra tutti non sfugge quello che vide coinvolti Moser e Patrick Sercu. Moser venne colto, durante una tappa, da un terribile attacco di dissenteria. Il suo berretto, pieno di liquame colitico, era finito sulla faccia di Sercu, che cercava di tenere il più possibile le ruote del campione italiano. Quel berretto che Moser utilizzò per pulirsi dal disastroso "torcibudella". Sercu fu allora costretto ad allungare in salita, per cercare una fontanella per togliersi di dosso i resti del liquame rimasto appiccicato sul viso. Quell'allungo micidiale, però ebbe l'effetto di consumare le ultime energie di Moser, determinando così la vittoria di tappa di un corridore americano. Altri episodi, non sfuggirono alla sua cronaca partecipata, condita da una prosa elegante,che seppe riempire momenti di tragedia, che purtroppo, ebbero a ripetersi, per le stesse circostanze molti anni dopo e che videro coinvolti, Casartelli e Wouter Weylandt. In quella edizione del '59 del Giro, l'ultimo a cui egli venne invitato, il triste epilogo toccò al corridore ciclista Juan Manuel Santiesteban, il quale affrettandosi a rientrare dopo avere atteso un compagno in difficoltà, lungo una discesa, presa ad una velocità elevata e forse non controllata; quel "buon operaio che stava compiendo il proprio dovere", trovò la morte schiantandosi contro un guardrail, che gli scoperchiò il cranio. Brera lo ricorda come una figura magra e triste, che si sentiva addosso " la condanna di un infelice destino", di chi aveva lasciato un misero villaggio in Spagna per riscattare la proprio condizione di povero. E le parole usate da Brera nel descrivere lo sgomento degli altri corridori, al loro passaggio, sul luogo dello schianto venne descritta con struggente prosa: " Negli occhi dei corridori si leggono pena e sgomento, fors'anche il rimorso di sentirsi per una volta scampati ad un destino sempre in agguato. Il rischio affrontato per gioco è talora insopportabile condanna dei poveri, ma ribellarsi è inutile." Quel ciclismo che appassionava Brera, tanto da definirlo " una reliquia di immani fatiche" e che aveva trovato in Fausto Coppi il suo corridore preferito.
Un libro di assoluto pregio dedicato non solo ai campioni del ciclismo, ma anche alla " Favolosa astronave dei poveri, la casta bicicletta ha fatto e fa ancora rivoluzione."  La bicicletta, strumento umile che ha  la forza di emozionare chiunque; come quella marchesa che invitata ad una pedalata lungo un viale, definì con una battuta in dialetto milanese " in mezz ai mè gamb, de rob che stan minga in pèe de per lor ghe ne ven migra." Nelle pagine di questo libro, da collezionare ad ogni costo, ma non solo questo del compianto giornalista lombardo, nato in un paese chiamato, San Zenone Po, non ci sono asettiche cronache, smodate da emozioni, e riempite da cifre insulse,come spesso si è abituati a leggere, ma espressioni di tale e rara bellezza letteraria, che indussero Marinoni nella prefazione al libro " Il Calciolinguaggio di Gianni Brera" , a ritenere che Brera, avesse " un pieno diritto di cittadinanza nella repubblica delle Lettere italiane". 
Sul filone del ciclismo, Brera ha scritto altri libri, come quello dedicato al campione Eberardo Pavese, dal titolo " Addio, Bicicletta." che spero di recensire presto, di una straordinaria forza; ricordò spesso tra le parole che intarsiano questa pergamena di sport, storia e cultura: "Ciascuno, su questa terra, vive l'infanzia che gli destinano."; e  quello dedicato nel 1955 a Tullio Campagnolo, il padre del marchio storico Campagnolo. Voglio dedicare alcune parole scritte nella pagine di quest'ultimo libro, al mio amico vicentino Vecchia: " Nascere a Vicenza è un privilegio che gli altri non sanno e forse non ammettono.......Io non so con precisione se Tullio Campagnolo abbia visto e capito la sua urbecula natia......certo è che dei superbi vicentini che hanno costruito la geniale città ha ritrovato bell'è fatto l'orgoglio, l'esaltante certezza di essere vocato a qualcosa di grande...."
Per questi libri e per tutto quello che ha scritto e ci ha lasciato, Giovanni Luigi Brera, detto Gianni, che sarebbe diventato Gioannbrerafucarlo, nato l'8 settembre 1919 a San Zenone al Po, a Pavia e morto a pochi chilometri di distanza, a Codogno, in un incidente stradale, il 19 dicembre 1992, anch'io mi definisco un "Senzabrera", come il giornalista Gianni Mura, ha definito coloro che sono rimasti affezionati alle sue opere, le stesse che nelle nostre università continuano a far scrivere tesi di laurea su di lui. Ciao Gianni.


Anteprima: Shimano Dura Ace Di2 9070: batteria interna SM-BTR-2. Montaggio eseguito sulla Trek Domane.


Nuova batteria interna Shimano SM-BTR-2: tempo di ricarica 90 minuti



Inserimento della batteria all'interno del reggisella della Trek Domane

Montaggio eseguito sulla Trek Domane

Porta esterna che consente la ricarica della batteria senza doverla  estrarre dal l'interno del reggisella
Cassetta Shimano Dura Ace Di2 9070 con ragno in fibra di carbonio 
Montaggio eseguito negli U.S.A. da un rivenditore autorizzato Trek. La Trek con questa anteprima assoluta conferma la stretta collaborazione con la Shimano. Il montaggio è stato eseguito sulla Trek Domane. La batteria interna in questione viene fornita con gli adattatori che consentono il montaggio all'interno di ogni reggisella. 

giovedì 10 gennaio 2013

La nuova ruota lenticolare di casa Campagnolo

Mancava nel catalogo della casa vicentina, una ruota full carbon lenticolare; la Ghibli Ultra non è' costruita con il carbonio. A mio parere e' una ruota con una trama in carbonio molto bella.

martedì 8 gennaio 2013

Elogio della bicicletta ovvero quello che essa ci insegna per la vita.

La Bicicletta insegna a darsi dei traguardi; a non mentire a se stessi; a guardare avanti e a non voltarsi; ad aiutare chi rimane indietro; a meditare; a ricordare la strada; a prendere il ritmo regolare; a superare la salita più dura, con pazienza e coraggio; a non avere paura; a sorridere al cielo e a seguire il pensiero; ad imparare che una volta raggiunta la vetta, c'è ancora un "dopo"da raccontare; che perdere aiuta a vincere; che nel pedalare risorge lo spirito; a soffrire per vincere il dolore assoluto; segue il desiderio; ti consola; insegna a far diventare il pensiero, una straordinaria azione; che il tempo è un progetto; a credere in te stesso; che l'unico rimpianto è quello di non pedalare ancora; che nulla è impossibile, quando si pedala forte e sicuri contro il vento; ad essere fedeli ad una idea; che nessuna fatica è più grande della gioia del traguardo; che domani sarà meglio di oggi; che il limite è nella nostra mente; ad avvicinare persone lontane; ad avere bisogno dell'amicizia; a credere nella forza della solitudine; a forgiare il pensiero; a donare la passione ad un progetto; ad avvicinarci al cielo; a rendere immortali i campioni e i gregari; a non fermarsi mai; ad ascoltare il dolore dell'anima; ad esorcizzare la paura; a non mollare mai; a non separarci da ciò che ci rende felici ed unici; aiuta a ricordarci quando non ci siamo o non ci saremo più; ad essere felici anche quando si è umili; insegna che solo la volontà muove i pedali; che è entusiasmo; che sconfigge l'ansia. La bicicletta è meglio del lettino dello psicanalista, ci ascolta e ci aiuta a migliorare; è il culto del coraggio; è un sogno mai finito. La bicicletta ci conosce da quando eravamo bambini. La bicicletta è un dono del Cielo per i poveri di spirito. La bicicletta è libertà. Per questo è triste, vedere una bicicletta, non importa di quale valore, abbandonata accanto ad un cassonetto dell'immondizia. In fondo è come tradire un amico o chi ci ha reso felici. 




L'Olocausto che sconvolse Hitchcock: restaurato il documentario originale sui lager.

Ho sempre avuto una particolare avversione nei confronti dei nazisti, a causa di tutto quello che hanno commesso ai danni del mondo e per la loro evidente idiozia criminale e culturale. Guardando il film Gloriosi Bastardi interpretato da Brad Pitt, che narra la storia fantastica di un gruppo di soldati americani, che cacciava ed uccideva i nazisti, provo un senso di vendetta: confesso che se fosse stato possibile, mi sarei unito a loro per braccarli e sterminarli. Per quanti ancora non hanno la contezza di uno dei crimini più noti, commessi da quella razza di carogne, che furono i nazisti, cioè i campi di concentramento, posto questi video molto importanti, che presto diventeranno un film, come avrò modo di spiegare più avanti. Dopo aver visionato queste immagini riprese dai soldati britannici e russi nel '45 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, il maestro del brivido Alfred Hitchcock rimase lontano dai Pinewood Studios per una settimana, traumatizzato e sotto shock. Nei famosi studi londinesi il regista stava lavorando, insieme al collega e amico Sidney Bernstein, alla realizzazione del documentario 'Memory of the Camps' e il ruolo di Hitchcok - che per questo lavoro non volle ricevere alcun compenso - consisteva nell'ottimizzare il materiale in post produzione. Nelle intenzioni degli Alleati, il film avrebbe dovuto essere proiettato al popolo tedesco per mostrare di cosa fosse stato corresponsabile ma si ritenne poi che fosse meglio non colpevolizzare e scioccare troppo i Tedeschi per avviare una fruttuosa collaborazione con la Germania post-nazista. Il film, che contiene immagini particolarmente crude - rimase così dimenticato negli archivi di stato britannici per decenni, fino a quando - nel 1985 - una versione incompleta fu ritrovata da un ricercatore nell'Imperial War Museum e poi trasmessa dal canale TV britannico PBS Frontline. Il documentario è stato ora finalmente restaurato digitalmente e arricchito di materiale inedito dal London's Imperial War Museum e sarà trasmesso dalla TV nel 2015, in coincidenza con il 70° anniversario della Liberazione dell'Europa dal Nazismo e della fine della II Guerra Mondiale. La visione è sconsigliata ad un pubblico non adulto e a coloro che sono sensibili.





lunedì 7 gennaio 2013

Test bike: freno integrato Bontrager

Mi piace pensare che la bicicletta, pur conservando un "anima" libera ed umile, una straordinaria dignità, che migliora la vita delle persone e si pone al servizio dell'ambiente, possa evolversi, per rendere più silente ed efficace l'esercizio della pedalata. In questi anni la tecnologia ha sperimentato, soluzioni che hanno decisamente innovato, la bicicletta da strada. Dai materiali più performanti, usati nel settore aerospaziale, alle forme e alle geometrie più evolute, fino al gruppo elettronico, in fase di continuo aggiornamento, derivato dal gruppo meccanico, che invece ha raggiunto il livello piu' avanzato di standard e che tuttavia non ha perso la semplicità e il fascino del movimento meccanico. Soluzioni che prima erano di esclusivo appannaggio delle biciclette per le corse contro il tempo, sono stati introdotti, anche per la bicicletta da strada. E così i telai più avanzati hanno tubazioni aerodinamiche, che consentono anche confort e rigidità laterale; forcelle con foderi aerodinamici, per ridurre al minimo la resistenza al vento, migliorano anche la precisione della manovra. L'innovazione oggi passa nella galleria del vento e così ogni parte, come i foderi obliqui senza freni e persino i freni, ora integrati, si evolvono. Alcuni marchi hanno lavorato su questa strada, potendo contare, su più competitive risorse economiche e professionali e offrono alcuni modelli della gamma strada, disegnato dal vento, impensabili fino a qualche anno fa. Basta prendere un contatto ravvicinato, per accorgersi che c'è stato un cambiamento sostanziale, e che al di la' della frase semplice "ci vogliono le gambe", la pedalata e' diventata più facile ed efficace; si fatica di meno, con un telaio più leggero, più reattivo e aerodinamico, in quest'ultimo caso pedalando a velocità superiori a 40 km/h. Esaminando questo cambiamento, non può sfuggire il freno integrato Bontrager, introdotto nella nuova gamma Trek Madone. Sono stati creati per migliorare la resistenza all'aria e la frenata nel suo complesso; ma hanno soprattutto un design semplice, che elimina le piastre e i bulloni di montaggio tipici del freno classico, cercando di migliorarne anche il peso. Le immagini allegate rendono più chiaro e preciso il progetto, nonchè il confronto con il freno classico. Posso solo aggiungere che avendoli provati, funzionano meglio di altri freni classici dell'alta gamma . I freni Bontrager con una regolazione semplice, grazie alle apposite viti interne al corpo freno e al registro integrato in una guaina che agisce specificatamente sul freno posteriore , funzionano ottimamente in ogni condizione e possono essere regolati secondo i propri gusti. Ricordo sempre che la migliore frenata e' solo quella che agisce sull'anteriore al 70% e al 30 % sul posteriore. Una diversa regolazione ha l'effetto dello sbandamento  della ruota posteriore.




I corridori professionisti del team continental MTN Qhubeka, osservano con curiosità ed interesse, le nuove forme  e le novità assolute, tra le quali i freni integrati, della loro Trek Madone 7S. 

mercoledì 2 gennaio 2013

"Cavalletto" d'emergenza

Quando si è' scordato il cavalletto, questo e' il migliore modo per tenerla senza fare toccare il cambio. Ovviamente appoggiando una busta protettiva sulla pedivella. Altra soluzione, capovolgere la bicicletta ed appoggiarla sulla sella e sul manubrio. 

SRM for Trek

Il misuratore di potenza SRM e' disponibile " di serie", per le guarniture Campagnolo, Shimano e Sram, ordinando la Trek Madone e Domane. Maggiori informazioni, le ho avute recandomi dal rivenditore autorizzato Falasca Cicli.

La chiave dinamometrica Bontrager

E' fornita in dotazione alla Trek Madone 7. Utilissima per ripassare la minuteria a 5 Nm.